Arte e Cultura


Il giorno 8 aprile 2025, presso la sede Napoli-Vomero della Comunità di Sant'Egidio, si è svolto un incontro, organizzato dal gruppo "Viva gli Anziani" e presieduto dal Responsabile della sede Mario De Finis, avente per oggetto:
"La Napoli antica - La Cappella Sansevero e il Cristo velato".
Relatore: Prof. Pio Rotondo.


LA CAPPELLA SANSEVERO
E IL CRISTO VELATO


di Pio Rotondo


Situata nel cuore del centro antico di Napoli, a due passi dal Decumano inferiore e da piazza San Domenico Maggiore, sorge la famosa Cappella Sansevero, chiamata anche "Santa Maria della Pietà dei Sangro" o "Pietatella", un vero e proprio "gioiello" dell'architettura barocca, un luogo in cui i simboli esoterici si fondono con quelli religiosi.

La cappella, oggi sconsacrata, venne fondata, come sacello sepolcrale di famiglia, da Giovanni Francesco Sangro (1590) poi rinnovata dal figlio Alessandro (1610) ed infine decorata dal Principe Raimondo.

Raimondo di Sangro


Ma 'stu Principe pensava
a scuperta 'a cosa nova,
e 'a pensate steva 'a coppa
a Cagliostro e a Casanova.
Anonimo napoletano

Raimondo di Sangro, Settimo Principe di Sansevero (1710-1771), è stato forse il personaggio più misterioso del settecento italiano.
Fu un uomo eccentrico, scienziato, letterato, filosofo, astronomo, inventore, alchimista.
Fin da giovanissimo si cimentò anche nella pirotecnica, divertendosi a realizzare per primo il fuoco artificiale di colore verde, e, anche durante la notte, dai suoi laboratori venivano fuori bagliori e fiamme vaganti, che terrorizzavano il popolo che abitava nei vicoli vicini e lo inducevano a farsi il segno della Croce.

Raimondo di Sangro, Principe di Sansevero
"Molte cose si narrano di lui, fu versatissimo nelle scienze fisiche, chimiche, artistiche e militari, conobbe le lingue greca, ebraica, siriaca e arabica, studiò i più celebri Teologi, meditò i Padri della Chiesa, […] fu avido d'intraprendere, impaziente di compire, curioso d'investigare, facile a ritrovare."
Gennaro Aspreno Galante - Guida sacra della città di Napoli - Napoli 1872.

Vissuto nel XVIII secolo, fu attratto dall'illuminismo razionalista.
Aveva una concezione esoterica della conoscenza: qualsiasi orientamento spirituale, rito, dottrina e conoscenza era riservato a pochi eletti, e da non diffondere pubblicamente.

Queste nuove idee, che arricchivano il panorama culturale dell'illuminismo europeo, lo portarono a aderire alla Massoneria. Nel 1750, fu proclamato Grande Maestro della Massoneria napoletana.

Rapporti tra Chiesa Cattolica e Massoneria


Per le sue concezioni filosofiche, la Massoneria è incompatibile con i principi dalla Chiesa Cattolica.
La Massoneria nega il valore della "verità rivelata", rifiutando ogni fede nei dogmi insegnati dalla Chiesa.

Papa Benedetto XIV
1740 - 1758

Nel 1738 papa Clemente XII (Lorenzo Corsini), con la bolla "In eminenti apostolatus specula", scomunicò i massoni.
Benedetto XIV (Prospero Lambertini), emanò il 28 maggio 1751 la bolla "Providas Romanorum Pontificium", nella quale venne ribadita l'esplicita condanna della Chiesa nei confronti della massoneria.
Nel mese di luglio dello stesso anno, Carlo di Borbone, re di Napoli, con un editto, mise al bando le logge massoniche.
Raimondo tentò un'accorata difesa delle proprie ragioni, ma si scontrò con l'intransigenza di Papa Benedetto e dovette subire un feroce rimbrotto da parte di re Carlo di Borbone.

A seguito di queste pressioni, con una lettera a Papa Benedetto, abiurò l'ideologia della Massoneria.
Questo lo fece riappacificare con la Chiesa Cattolica, ma costò a Raimondo la credibilità e il rispetto da parte dei suoi confratelli e, ormai, ex amici, che a Berlino bruciarono l'effige di colui che ormai consideravano un traditore e uno spergiuro.

Da allora il principe si vide poco in società. Cominciò a passare gran parte del suo tempo nei sotterranei del suo palazzo nei pressi di piazza San Domenico, dedicandosi particolarmente alle sue invenzioni, e completando l'allestimento della Cappella.

Gli esperimenti alchemici e il probabile uso di materiali radioattivi, lo portarono alla morte, nel 1771.

Il Cristo Velato


Giuseppe Sanmartino
Il Cristo Velato
1753

L'opera più celebre della Cappella Sansevero è sicuramente il Cristo Velato di Giuseppe Sanmartino, capolavoro della scultura mondiale, posto al centro della navata.

L'autore è uno scultore napoletano, nato nel 1720 e morto nel 1793.

In un primo momento fu Antonio Corradini a ricevere la commissione dell'opera. Lo sfortunato artista però, morì pochissimo tempo dopo, nel 1752. Del suo lavoro, ci perviene solamente il bozzetto di terracotta del Cristo Velato conservato al museo di San Martino.
Così il lavoro passò nelle mani di Giuseppe Sanmartino, che aveva 33 anni, e completò l'opera nell'arco di un anno.

Una religiosa e delicata pietà ha gettato un lenzuolo dalle pieghe morbide e trasparenti, che vela senza nascondere, che non cela la piaga ma la mostra, che non copre lo spasimo ma lo addolcisce.
Matilde Serao

La scultura rappresenta il Cristo morto, a grandezza naturale, sdraiato su un materasso di marmo, ricoperto da un velo che copre il corpo senza però celarlo.

La particolarità è il velo che ricopre il corpo del Cristo morto, disteso su dei cuscini. È straordinario come questo velo di marmo sembri in realtà fatto di tessuto, proprio per le sue linee morbide e soffici. Sul volto e sul corpo di Gesù si possono scorgere i segni delle torture che gli sono state inflitte: la ferita del costato, i piedi e le mani trapassati dai chiodi e i lineamenti provati dalla sofferenza.

Affascinato dalla visione dell'opera, lo scultore Antonio Canova dichiarò che avrebbe dato dieci anni della sua vita pur di essere l'autore di un tale capolavoro.

Il Cristo velato – Cristo morto e strumenti della passione
Adagiato su un materasso marmoreo, il Cristo morto, a grandezza naturale, giace ormai esanime, deposto dalla Croce.
Sul suo corpo un leggerissimo velo che non nasconde, ma oscura semplicemente, il corpo sottostante. Attraverso la composizione del velo si intravedono i segni sul viso e sul corpo del martirio subito: il costato scavato, il segno dei chiodi sui piedi e sulle mani sottili.
Ai piedi del Cristo sono posati i simboli del martirio, la corona di spine, i chiodi e la tenaglia servita per estrarli dal legno della croce.

Il Cristo velato – Particolare
Sulla fronte del Cristo velato una vena sembra ancora pulsare, e una narice aspira leggermente il velo stesso.
Quest'incredibile scultura non raffigura, come molti credono, un uomo che ha appena esalato il suo ultimo respiro, ma un uomo temporaneamente addormentato che è sul punto di risvegliarsi. Potrebbe essere un riferimento alla Resurrezione, oppure, con maggiore probabilità, un riferimento al percorso iniziatico degli iscritti alla Massoneria: morire per risorgere nella Conoscenza. E la Conoscenza era davvero privilegio di pochi eletti che potevano metaforicamente sollevare il velo dell'ignoranza e contemplare la Verità.

Leggende


Diverse sono state le leggende scaturite intorno a quest'opera.
La fama di alchimista che ha accompagnato il committente Raimondo di Sangro ha fatto nascere la leggenda che l'incredibile trasparenza del velo sia dovuta al fatto che si tratterebbe in realtà di un vero velo di stoffa che sarebbe stato posto sul corpo del Cristo dopo la realizzazione da parte di Sanmartino. Successivamente, il Principe di Sansevero, utilizzando una fantomatica tecnica di alchimia, avrebbe trasformato i tessuti in cristalli di marmo, ottenendo così la marmorizzazione del velo.
Oggi sappiamo con certezza che non è così, e che l'opera è stata ricavata da un unico blocco di marmo.

Si racconta anche che Raimondo di Sangro, dopo la realizzazione del Cristo velato, avesse fatto accecare l'autore Giuseppe Sanmartino, per far sì che egli non eseguisse mai per altri una scultura così straordinaria.
Sanmartino invece continuò a vederci e a scolpire fino alla sua morte, anche se non replicò mai un'opera di questa bellezza e di questa caratura artistica.

La Pudicizia


Antonio Corradini
La Pudicizia ovvero La Verità velata
1752

Nato a Venezia nell'ottobre del 1688, Antonio Corradini era uno scultore rinomato a livello europeo. Aveva lavorato per un decennio alla corte di Carlo VI d'Asburgo.
Fu chiamato a Napoli dal Principe di Sansevero per partecipare all'ambizioso progetto della sua cappella e gli affidò la realizzazione della Pudicizia. Il fato volle che Corradini morì lo stesso anno che terminò di lavorare a quest'opera.
Anch'esso affiliato alla Massoneria, è principalmente ricordato per la sua maestria nell'esecuzione di figure velate.

Di pudicizia in questa statua ce n’è ben poca.
La scultura raffigura una giovane donna la cui nuda bellezza classica emerge dal velo marmoreo trasparente che la ricopre. Il velo, scolpito con mirabile maestria, sembra aderire al corpo della figura come se fosse bagnato, inumidito dal vapore prodotto dal bruciaprofumi che si trova ai suoi piedi.
La donna reca un serto di rose adagiato sul ventre, che si diparte da un bocciolo racchiuso nella mano destra.

L'opera fu voluta da Raimondo di Sangro per commemorare la madre, Cecilia Gaetani dell'Aquila di Aragona, morta quando il principe non aveva ancora compiuto un anno d'età.
Lo sguardo perso nel vuoto, l'albero della vita che nasce sotto i suoi piedi e la lapide spezzata sono i simboli di quell'esistenza troncata troppo presto.

Simbologia


Anche a questa scultura è legata ad una interpretazione "massonica".
La statua rappresenterebbe un'allegoria di una sapienza iniziatica nascosta ai profani, e sarebbe anche un'allusione a Iside, la dea egizia della magia, della fertilità e della maternità, poi passata anche nel culto greco-romano, che veniva sempre rappresentata completamente velata, ed era una divinità preferita dalla Massoneria.
Una tradizione ritiene che, ai tempi della Neapolis greca, nei pressi del luogo dove ora si trova la Cappella Sansevero, vi era un tempio dedicato a questa dea.

Il Basamento


Il tema del contrasto tra vita e morte è esplicitato anche nel rilievo marmoreo, scolpito da Antonio Corradini, sul basamento della Pudicizia, che riprende un celebre soggetto della tradizione cristiana: l'incontro tra Cristo risorto e Maria Maddalena.

"Noli me tangere" ("Non mi toccare" / "Non mi trattenere") è la celebre frase che Gesù risorto rivolge a Maria Maddalena nel Vangelo di Giovanni, indicando che non può essere trattenuto fisicamente perché non è ancora salito al Padre.
Cristo si ritrae benedicendo, mentre la Maddalena si china verso di lui in atto di devozione.

Il Disinganno


Francesco Queirolo
Il Disinganno
1754

Francesco Queirolo (Genova, 1704 – Napoli, 1762), dal 1752 lavorò a Napoli soprattutto alla decorazione della Cappella Sansevero.

L’opera rappresenta un uomo che cerca, con uno sforzo supremo, di liberarsi da una fitta rete che l'avviluppa interamente.

Fu dedicata da Raimondo di Sangro al padre Antonio, il quale, dopo la prematura morte della moglie, condusse una vita votata ai vizi e alla sregolatezza. Pentitosi, si convertì e passò la vecchiaia in convento.

Il gruppo scultoreo ci parla di un uomo che si libera dal peccato, simboleggiato da una rete.
Un genietto alato, che presenta sul volto una piccola fiamma che sta a simboleggiare l'intelletto umano, con una mano aiuta l'uomo a liberarsi dalla rete, mentre con il dito dell'altra mano indica il globo terrestre ai suoi piedi, simbolo delle passioni terrestri. Davanti al globo osserviamo la Bibbia, chiaro simbolo della fede.

Questa scultura esprime come l'uomo possa redimersi dai peccati seguendo i lumi della ragione e la fede, proprio come fece il padre di Raimondo.

Ma ciò che in realtà lascia stupiti è la cura con la quale è stata scolpita la rete, frutto, pare di sette anni di lavoro da parte di Queirolo.

Per il completamento dell'opera, pare che Queirolo avesse affidato ad alcuni collaboratori l'incarico per la finitura e la lucidatura. Tuttavia, questi avrebbero rifiutato per timore di rompere la delicatissima rete che avvolge il corpo dell'uomo: si dice quindi che Queirolo abbia condotto in prima persona tutti i lavori di finitura dell'opera.

Leggenda


Una leggenda che ha per protagonista sempre la stessa rete, racconta che durante la seconda guerra mondiale, un soldato tedesco rifugiatosi nella Cappella e incuriosito dalla statua del Disinganno, provò a colpire la rete con il calcio del fucile volendo testare il materiale di cui vi era fatta. La rete era di marmo.

Il Basamento


Sul bassorilievo scolpito sul basamento della composizione viene descritto l'episodio, tratto dal Vangelo di Giovanni, nel quale Gesù dona la vista ad un cieco, accompagnato dal versetto evangelico "Qui non vident, videant".

"Qui non vident, videant" ("Coloro che non vedono, vedano").
Vi si possono cogliere "chiari echi massonici" se si considera che nei cerimoniali di ricezione della Massoneria del Regno di Napoli colui che voleva essere ammesso nella loggia entrava bendato, e quando gli veniva chiesto chi fosse, doveva rispondere ritualmente: "Sono un cadavere che vuole risorgere, un cieco che chiede la luce".


Altare Maggiore


Francesco Celebrano
Deposizione di Cristo
1766 - 1768

Sugli altari maggiori normalmente viene collocato un quadro, qui abbiamo invece una scultura, un altorilievo, che rappresenta la Deposizione.
L'autore è un artista napoletano Francesco Celebrano, senza dubbio la sua opera maggiormente riuscita, ed è l'unico altorilievo marmoreo posizionato su un altare maggiore a Napoli.

L'opera raffigura l'episodio della Deposizione di Cristo dalla Croce e, tra le figure spiccano Maria e la Maddalena che assistono alla scena.
Il Corpo di Cristo viene sceso dalla Croce privo di vita. Il Suo busto è sostenuto fra le gambe della Madre dolente che allarga le braccia con un gesto plateale mentre guarda cos'hanno fatto al Figlio.
A sinistra, la Maddalena, con la schiena ricurva, appoggia il volto e i fluenti capelli alla mano del Cristo ferita dai chiodi.
Sotto di loro si trovano due putti che sorreggono il sudario sul quale risulta un'immagine metallica del volto di Cristo; un diretto riferimento al Velo della Veronica.

Molti storici dell'arte ritengono quest'altare il capolavoro della Cappella Sansevero insieme al Cristo velato.

La Volta


Francesco Maria Russo
La Volta
1749

I riferimenti massonici ed esoterici non potevano mancare nella volta della Cappella Sansevero.
Dipinta da un artista non molto famoso, un certo Francesco Maria Russo, l'affresco rappresenta la Gloria del Paradiso o Paradiso dei di Sangro.

Il dipinto si sviluppa intorno alla figura centrale, la colomba dello Spirito Santo, verso la quale convergono gli angeli e gli altri protagonisti del dipinto.

L'opera è singolare per due motivi:
Il primo è il triangolo che insieme alla colomba domina il centro della scena. Il triangolo rappresenta la Trinità per i cristiani, la nascita cosmica per i seguaci di Pitagora e il segno del Maestro Venerabile per i massoni.
La seconda curiosità sono i colori; per mescolare le tempere Russo usò una formula inventata dallo stesso Raimondo di Sangro. Sono passati 250 anni, i colori non sono mai stati ritoccati, e sono ancora vivi e raggianti.

Il Pavimento


Francesco Celebrano
Il Pavimento originale
1760 - 1771 ca.

Nel pavimento originale, realizzato dall'artista Francesco Celebrano su incarico dello stesso Raimondo di Sangro, era rappresentato un labirinto prodigioso nella sua realizzazione perché creato da un'unica linea bianca continua, senza giunture, un'altra delle idee straordinarie di Raimondo di Sangro, che fu davvero un innovatore in tutti i campi. Il disegno consisteva in un'alternanza di croci gammate (svastiche) e quadrati concentrici. Un disegno con motivi labirintici.

L'emblematico tema del labirinto doveva simboleggiare il tortuoso percorso che l'individuo deve compiere per giungere alla conoscenza.

Un'opera difficilissima da realizzare, infatti il Principe morì senza averne visto la fine.

Nel 1889 un grave crollo distrusse quasi totalmente il pavimento labirintico e data la sua ardua progettazione non fu restaurato. La cappella fu perciò ripavimentata con piastrelle in cotto napoletano.

Ad oggi rimane purtroppo ben poco dell'originale. Alcune lastre sono rintracciabili davanti la tomba del principe Raimondo di Sangro, nella Cavea sotterranea e nella Sagrestia.

Le Macchine Anatomiche


Le Macchine Anatomiche

Scendendo qualche gradino, entriamo nella cavea della Cappella Sansevero.
La cavea sotterranea è un piccolo ambiente, situato per metà al di sotto del livello della pavimentazione della navata principale, nel quale, oltre ad essere conservata un'ampia porzione della pavimentazione settecentesca, sono custodite le cosiddette macchine anatomiche.

Conservate all'interno di due bacheche, si presentano come due scheletri, di un uomo e di una donna, in posizione eretta, sui quali è ben visibile tutto l'apparato cardiocircolatorio del corpo umano, quasi perfettamente integro, realizzati dal medico palermitano Giuseppe Salerno tra il 1756 e il 1764 su commissione del principe Raimondo di Sangro.

Le Macchine Anatomiche - Particolari.
Rappresentano gli scheletri di un uomo e una donna con il sistema venoso e arterioso quasi del tutto integro. Ai piedi dello scheletro della donna era possibile vedere anche i resti di un feto e della placenta, poi andati rubati.

Leggenda


Secondo "la leggenda nera", Raimondo di Sangro avrebbe fatto uccidere due suoi servi, un uomo e una donna, e iniettato nel loro sistema circolatorio un liquido che avrebbe avuto la proprietà di "pietrificare" il sangue, in modo che i loro corpi mostrassero, nel loro interno, tutti i visceri, le arterie e le vene.

Questa leggenda rimase cristallizzata nel tempo, almeno fino al 2008, quando alcuni ricercatori ebbero l'autorizzazione da parte degli attuali proprietari della Cappella ad eseguire esami scientifici sui due modelli.
Da tali studi è emerso che gli scheletri sono effettivamente umani, ma che i sistemi circolatori sono completamente artificiali e costituiti da filo metallico, cera colorata e fibre di seta con tecniche artigianali comunemente utilizzate dagli studiosi di anatomia dell'epoca.

Foto: Museo Cappella Sansevero